Sla, primi passi per bloccare la malattia

Un’équipe di neurologi al Mario Negri di Milano, guidata da Caterina Bendotti, sta scoprendo i meccanismi molecolari che regolano la progressione della Sclerosi laterale amiotrofica. Per trovare bersagli terapeutici.

È una malattia sfuggente, di cui non si conosce bene l’origine. E implacabile, perché la sua progressione non lascia speranze. La Sla, sclerosi laterale amiotrofica,  è una malattia neurodegenerativa che attacca i motoneuroni, le cellule cerebrali e del midollo spinale che controllano i muscoli e il movimento. In Italia ci sono circa 6 mila malati di Sla, in attesa di un farmaco che blocchi la malattia.

Fra i ricercatori che, con tenacia, ci stanno provando c’è Caterina Bendotti, responsabile del laboratorio di neurobiologia molecolare all’Istituto Mario Negri di Milano e membro del comitato scientifico di AiSLA. Bendotti e la sua équipe hanno scoperto, dopo anni di lavoro su topi transgenici allevati presso l’Animal Facility di AriSLA, che nella forma ereditaria di Sla (in cui è mutato un particolare gene, la cui sigla è SOD1) esistono due «andamenti» diversi: in un caso la malattia procede più lentamente, nell’altro è più veloce. E individuare i meccanismi molecolari dietro questa differenza potrebbe portare a una possibile terapia.

Che cosa innesca la Sla? Solo questione di geni, o c’è dell’altro? 
Quello che si sa finora è che la Sla, nel 90 per cento dei casi, non ha un’eziologia nota: non sappiamo, in altre parole, che cosa la determini. Nel 10 per cento dei casi invece è ereditaria, e qui conosciamo ormai i due terzi dei geni coinvolti. In alcuni casi, padre e madre possono avere due geni che normalmente sono silenti, ma se associati nel figlio, danno avvio alla malattia.

Quanti sono i geni che hanno un ruolo?
Esistono oltre 30 geni associati alla Sla, e un’altra decina chiamati “geni modificatori”:  non sono determinanti ma hanno un ruolo sulla maggiore o minore gravità della malattia.

C’è un’età in cui la Sla colpisce più di frequente?
L’età media di insorgenza, dal punto di vista epidemiologico, è intorno ai 60 anni. In alcuni casi  però, per esempio fra i calciatori o nei giocatori di football americano, la Sla colpisce molto prima, in età ancora giovane.

Perché la malattia si accanisce sugli sportivi?  
Si sa che i traumi di tipo fisico possono essere un fattore di rischio, soprattutto ai muscoli e alla testa. Non a caso molti dei calciatori con la Sla erano centrocampisti, con frequenti  colpi di testa. E anche nella popolazione generale, tramite indagini epidemiologiche retrospettive, si è visto che i traumi di vario genere sono associati a un maggiore rischio di Sla.

Si era sospettato anche di sostanze che gli sportivi prendono…
I calciatori spesso abusano di anti-infiammatori, ne consumano in grande quantità per superare il dolore e giocare la partita. Ma il dolore è un segnale di allarme, qualcosa che dice al corpo di fermarsi. La continua sollecitazione è un fattore di stress per i motoneuroni, uno stress continuo che probabilmente ha un ruolo nell’insorgenza precoce della malattia.

Per la Sla non esiste finora terapia. I suoi studi potrebbero cambiare le cose, e in che modo?
Io faccio lavoro di retroguardia, mi concentro sull’aspetto preclinico, ma capire l’origine della Sla è il primo passo verso terapie che ne blocchino lo sviluppo. I miei pazienti, per così dire, sono  topi che hanno una particolare mutazione nel gene SOD1 (superossidodismutasi di tipo 1): questo gene modificato è il primo ad essere stato scoperto nelle forme ereditaria della SLA e tuttora non è stato associato ad altre patologie al di fuori di questa.  Gli altri 29 geni scoperti più recentemente, sono invece associati anche ad altre patologie. SOD1 invece è esclusivo della Sla.

Quindi è più importante degli altri…
Diciamo che tutte le volte che il gene è mutato, c’è la Sla. Sia nei pazienti umani che nei topi. La malattia però, ed è questo l’aspetto interessante, può manifestarsi in forma diversa: in alcuni casi insorge tardivamente, talvolta neppure arriva a esprimersi, in altri invece colpisce in maniera più eclatante e procede più veloce.

Questo avviene sia nei topi che negli umani?
Esattamente. Nei nostri studi abbiamo visto che un ceppo di topi moriva in quattro mesi, l’altro, con lo stesso gene SOD1 mutato,  viveva sei mesi. E due mesi di differenza nel topo sono importanti, sono un quarto della sua vita.

Perché questa progressione così diversa della malattia?
È ciò che dobbiamo capire, e su cui ci stiamo concentrando. Abbiamo già individuato una serie di fattori diversi che stiamo analizzando uno a uno. Identificare i meccanismi responsabili dell’andamento più lento della Sla potrebbe fornirci il modo di bloccare la malattia.

Per “fattori diversi” che cosa intende?
Proteine, principalmente. Abbiamo preso i motoneuroni dei due topi, quello con la Sla rallentata e quelli con la forma più veloce, per vedere che cosa avevano di diverso. Abbiamo individuato alcune proteine che risultavano differenti. L’idea è di alterare queste proteine nel topo con la forma veloce della patologia per vedere   se riusciamo a rallentarla.

Si potrebbe fare altrettanto sugli esseri umani?
In prospettiva, e la speranza è quella, si potrebbero utilizzare queste proteine come biomarcatori della progressione della Sla, e utilizzarle come bersagli terapeutici per bloccarne lo sviluppo. E si potrebbe farlo precocemente. Nella Sla, quando appaiono i sintomi, i motoneuroni sono già morti almeno per il 40 per cento.

Un po’ come succede nell’Alzheimer: quando ci sono i sintomi, la malattia è già in corso.
Sì, succede come nell’Alzheimer e nel morbo di Parkinson. Quando si inizia la terapia, è già tardi e i farmaci fanno poco o nulla. Nel caso della Sla, queste proteine che determinano la progressione lenta o veloce della malattia potrebbero essere biomarcatori precoci della malattia, e quindi bersagli terapeutici su cui agire per rallentarne, o addirittura bloccarne, la progressione.

“Sla senza confini” è il tema della Giornata mondiale sulla Sla, il 21 giugno, promossa dalla rete internazionale delle associazioni che si occupano delle malattie del motoneurone, e di  cui fa parte Aisla, Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica.

L’evento principale è la veleggiata a Piombino dedicata alle persone con Sla (nell’ambito del Trofeo Thalas) per trascorrere una giornata in mare, cu imbarcazioni a motore e a vela.

Alle 21 ci sarà il concerto di Ron sulla banchina del porto di Marina di Salivoli (Piombino). Ingresso libero.
Si potrà sostenere Aisla aggiudicandosi uno dei premi messi all’asta su Charity Stars, il portale dedicato alla raccolta fondi per le organizzazioni non profit. Sono già in palio 20 posti in prima fila al concerto di Piombino e un Meet&Greet con Ron per 2 persone sempre in occasione del concerto.

Per partecipare all’asta:
www.charitystars.com/foundation/aisla
Per informazioni sugli eventi: www.aisla.it